sabato 17 agosto 2019

Lamborghini Aventador. Un toro per chi non ha voglia di farsi domare

di Roberto Berloco - Il nome è quello d’una razza di tori da combattimento. E che si tratti d’un toro fatto motore, elettronica e carrozzeria, manca ogni ombra di dubbio fin dal primo sguardo.

L’Aventador nasce sulla base stilistica della Murcielago, vale a dire il modello da cui deriva l’idea matrice progettuale, il quale a sua volta sostituiva quello della mitica Diablo.

Dal 2011, primo anno della sua produzione, sino al giorno d’oggi, il bolide romagnolo è andato incontro a vari mutamenti che hanno coinvolto sia l’estetica che l’allestimento di potenza del motore, anche se il più significativo rimarrà quello avvenuto sul finire del 2016 e reso pubblico l’anno a seguire.

Come per tutte le supersportive destinate a stupire e a fare storia, anche un vestito come uno di questa Lamborghini, nasce con caratteristiche talmente pregnanti e impegnate a rincorrere un ideale d’unicità, che difficilmente la prova del tempo può avere la grossa voce in capitolo che, al contrario, sfodera con le vetture di segmenti più bassi, determinandone la sostituzione con versioni abbastanza diverse entro brevi orizzonti temporali.

Così, nell’Aventador, fin dalle superfici, tutto s’allontana da ogni compromesso che richiami all’ordinario e talmente da acquistare il senso di un’opera d’arte invulnerabile al trascorrere delle mode. Dal tipico muso, assai basso e spiovente, la cui aggressività è rafforzata da gagliarde prese d’aria incastonate nella calandra, che fa tutt’uno col paraurti e che, fino al ridisegno di tre anni fa, era cesellata armoniosamente alle linee del cofano motore, in modo da creare l’idea di due corna possenti e appuntite. Quelle, appunto, d’un toro destinato all’arena.

Con il più importante intervento di rivisitazione, che ha portato ad una mostra ufficiale presso il Salone di Detroit nel Gennaio 2017, formalizzatosi con la lettera “S” aggiunta alla denominazione originaria, l’area del frontale ha subito una sorta di apparente addolcimento, in virtù d’un raffinamento del profilo avanzato del portellone anteriore, mentre la calandra ha perso gli elementi di discontinuità che permettevano d’individuare tre zone distinte, finendo per presentarsi come un blocco unico, sia pure intrigato da un piacevole andamento sinuoso delle lamiere.

Tra le modifiche risalenti allo stesso periodo, spiccano le nuove e più capaci fenditure laterali. Obiettivo ridurre ulteriormente le turbolenze dovute all’elevata potenza che questo mostro meccanico è in grado di sviluppare nella furia del movimento, incrementando l’efficienza del sistema di raffreddamento.

Continuando in ciò che più che una vista, non può che essere un atto d’ammirazione che si vorrebbe mai terminare, s’osserva che quel principio di massiccia imponenza saldato dai confini d’una fine eleganza propria di questa Lambo, trova applicazione anche in tutta la zona posteriore, che chiama alla mente la parte meccanica di aviogetti spaziali. E, con la sua originale forma esagonale, contribuisce a quest’effetto anche lo stesso terminale di scarico posto centralmente.

Ma se è la pagina degli esterni quella che più stimola gaudio per l’occhio di chiunque, resta quella del motore a far più battere il cuore di chi ama il genere. E come potrebbe essere diversamente con dodici cilindri a regime, per una cubatura di 6.5 litri e, con l’inaugurazione della “S”, una mandria di ben 740 cavalli da scatenare, vale a dire quaranta in più rispetto alla precedente Aventador?! Nel solco di questa recente evoluzione il propulsore, mantenendo inalterata la configurazione posteriore e longitudinale, che rimane una delle sue storiche peculiarità fin dal suo ingresso nel mercato, continua a vantare in pieno i propri straordinari numeri di partenza, con una velocità massima di 350 km/h e un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 2,9 secondi.

La cavalleria aumenta poi ancora nella “SVJ”, vale a dire l’interpretazione più spinta di questo toro di Sant’Agata Bolognese, presentata alla Monterey Car Week in California nell’Agosto dell’anno scorso. Con essa s’arriva, infatti, al totale stratosferico di 770 cv, per una prestazione di punta che, stavolta, supera i 350 km/h e uno scatto da 0 a 100 km/h in 2,8 s.

Non è d’altronde un caso che, proprio a questa speciale versione, appartenga il record sulla pista di Nurburgring per le auto di serie, con il tempo mozzafiato di 00.06.44.97 sul giro.

In ambedue le configurazioni previste attualmente, le ruote sono tutte motrici e sterzanti, con l’effetto di una dinamica di guida affidabile ed esaltante al tempo stesso. Per lo scopo sovviene anche un innovativo sistema di controllo, detto “LDVA” (Lamborghini Dinamica Veicolo Attiva), in grado di leggere le informazioni diffuse da tutti i sensori e di stabilire l’impostazione di pilotaggio più idonea alle condizioni volute.

Un accenno in calce merita la declinazione Roadster, prevista sia per la “S” che per la “SVJ”. In tutti e due i casi vengono mantenute sostanzialmente intatte le caratteristiche dei rispettivi modelli d’origine con tetto fisso. Ma per la scoperta della più potente, s’aggiunge il particolare del numero limitato a 800 realizzazioni destinate alla vendita, ad eco della serie esclusiva parallela “SVJ 63”, così definita perché prodotta in sole 63 unità per celebrare quel 1963 che fu l’anno di nascita dell’azienda.

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